"La formula di Sinisgalli". Giuseppe Lupo su IlSole24Ore

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Il Sole24Ore di Domenica 17 febbraio 2013 di Giuseppe Lupo

Se il Novecento viene considerato un secolo di inquietudini, molto si deve a quelle figure di scrittori o poeti dal profilo frastagliato, dal carattere eterogeneo, il cui destino sfugge a classificazioni e graduatorie. Pensiamo a Gadda, a Calvino, a Primo Levi, a Manganelli. Più che un problema di appartenenze letterarie è una questione di vocazioni perdute e ritrovate, di oscillazioni culturali talvolta irrisolte o, come nel caso di Leonardo Sinisgalli, elevate a paradigma. In effetti, ciò che conferisce a questo autore una fisionomia a sé è l’aver fatto convivere una varietà di suggestioni assai più numerose delle fatidiche “due culture”, di cui Charles P. Snow, nel 1959, vaticinò il dialogo.

 

 

Sarebbe troppo riduttivo pensare solamente al doppio binario della poesia e della matematica, esemplificato nel celebre binomio a + bj, che Sinisgalli comunicava per lettera a Gianfranco Contini nel novembre del 1941, rispondendo, a modo suo, alla disperata invocazione di Montale negli Ossi di seppia: «Non domandarci la formula…». Ebbene, la formula che Sinisgalli forniva all’amico filologo va a puntellare una zona pericolante del “secolo breve”, aiuta a comporre la grammatica di un nuovo linguaggio più che a certificare l’assenza di verità e, anche se conserva il valore di una provocazione, il senso di un enigma tuttora irrisolto, può già essere indicativa di quali imprevedibili traiettorie stesse assumendo, in quegli anni tormentati, una teoresi così poco comune. D’altra parte, nella sua giovinezza, Sinisgalli “vide” delle muse particolari e ne raccontò l’incontro in una poesia dai contorni emblematici, Vidi le Muse, che battezzerà la raccolta mondadoriana del 1943: non quelle consacrate dalla tradizione (eleganti, leggiadre, giovani), piuttosto animali galliformi, appollaiati sui rami delle querce e con una voce gracchiante. Muse eretiche, potremmo dire, impure e sgraziate (più tardi Sinisgalli le definirà «decrepite»), che però lo avrebbero scortato in quegli stessi paradisi del calcolo e delle invenzioni meccaniche, dove prima di lui aveva abitato Leonardo da Vinci, il grande archetipo e modello, l’inimitabile maestro. Basterebbe accostarsi a un’opera dalla natura anfibia come Furor mathematicus (1950) per verificare con quale desiderio di battere strade inesplorate si sia mossa la ricerca di Sinisgalli fino a posizionarsi nel punto di massimo raccordo fra tradizione umanistica, Età dei Lumi e politecnicismo novecentesco. In questo crocevia di codici e di saperi, dove il ragionare per metafore si perde dietro al volo di una mosca o alla spirale di una lumaca, dove la luminosa severità algebrica convive con i chiaroscuri di una modernità barocca (quella di Ungaretti e Scipione per intenderci e, à rebours, quella di Galilei e Keplero), qui dentro, non altrove, va cercato Sinisgalli. Ed è proprio questo l’orizzonte in cui si delinea il suo ritratto, così come viene consegnato dal Guscio della chiocciola: due volumi miscellanei, realizzati con il contributo della Regione Basilicata e dell’Università di Bari, che non solo radunano a convegno i più accreditati cultori di studi sinisgalliani, ma allargano l’orizzonte a voci inedite e a una variegata polifonia di artisti (Scordia, Caruso, Tamburi, Chersicla); un’impresa editoriale, dicevo, che aspettavamo da tempo, raffinata nell’impostazione di Mimmo Castellano e preziosa per il corredo iconografico che accompagna i singoli contributi. Tutto concorre a fornire un’idea precisa dello sforzo cui hanno obbedito i curatori dell’opera: il numero delle pagine, la suddivisione in aree tematiche, i presupposti critici e perfino quel gusto per l’azzardo che deve contrassegnare chiunque si metta a inseguire le orme di Sinisgalli. Soprattutto occorre sottolineare, accanto alla novità e al rigore di talune indagini, la capacità di trasferire il lettore dentro le numerose civiltà che il poeta-ingegnere ha attraversato: il mondo dei numeri pitagorici e quello dei cannocchiali galileiani, le botteghe lucane dei fabbri e dei falegnami, le officine della Olivetti e della Pirelli, le redazioni di «Casabella» e «Domus», le gallerie del Milione e della Cometa, il Caffè Craja o il ristorante Bagutta. Questi volumi restituiscono il senso di un’avventura totalizzante, esaminata in più circostanze per specula (Sinisgalli-Montale, Sinisgalli-Contini, Sinisgalli-Cantatore, Sinisgalli-Persico, Sinisgalli-Gatto), quasi fosse necessario procedere di sponda. Ma questo costituisce un passaggio obbligato per chi voglia conoscere Sinisgalli, la cui poetica andrebbe colta in un processo di osmosi mai banale (giustamente Andrea Battistini individua un atteggiamento integrativo, non contrastivo, tra scienza e letteratura), sia nelle pagine di versi, sia fra le sirene delle fabbriche o nella limpidezza geometrica delle architetture di Le Corbusier o sulla sponda dell’arte astratta e razionale. Va da sé che la fitta nomenclatura di persone e di date, contenuta nei due libri, determini una ragnatela di luoghi che sarebbe impossibile tenere a mente, ma che si inscrivono in un triangolo ai cui vertici stanno la Lucania, Roma e Milano; tre poli geografici che si ammantano di valore iniziatico e sono i territori dove ricondurre ora una sorta di recherche proustiana, ora la scoperta della poesia e dell’arte (la «riva fiorita»), ora quell’esperienza che lo stesso Sinisgalli chiamò il «matrimonio con l’industria». Un mosaico così ricco di tessere potrebbe apparire una vicenda intellettuale talmente atipica da risultare forse un po’ avulsa dalla realtà. Così non è. La parabola di Sinisgalli trova infinite tangenze con la vicenda civile del Novecento, a cominciare dagli anni di opposizione al nazifascismo (non dimentichiamo che si salvò fortunosamente dal braccio della morte di Via Tasso) fino a quella irripetibile stagione di collaborazioni aziendali (presso la Olivetti e la Pirelli, ricordavo prima, ma anche la Finmeccanica, l’Eni, l’Alfa Romeo) che esaltò le sue doti nel campo della comunicazione pubblicitaria. Nulla, in tal senso, potrebbe essere più eloquente di «Civiltà delle Macchine», il periodico che vide la luce proprio sessant’anni fa, nell’inverno del 1953, figlio di un’utopia che, nel mettere in relazione i poeti e le fabbriche, ha colmato un solco, ha umanizzato i congegni.

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Lupo_Sinisgalli_Il Sole 24 Ore – 17 feb 2013 – Page #47

Il guscio della chiocciola. Studi su Leonardo Sinisgalli, a cura di Sebastiano Martelli e Franco Vitelli, con la collaborazione di Giulia Dell’Aquila e Laura Pesola, Forum Italicum Publishing-Edisud, New York-Salerno 2012, 2 voll., pp. 438 e 424, euro 50 + 50